Stefania

Aurigemma

Lettere dalle nuvole

Cercare di definire questo libro costituito da aforismi, pensieri, sogni, realtà quotidiane, pietre tra i binari e robe del genere in sole due righe sarebbe colpevole, come tentare una formula lampo risolutoria alla prima. Perché quest’opera, con tutti paletti del mondo, alla fine si pone come originale ed in un balzo ci catapulta in una sorta d’insostenibile leggerezza sfuggendo macchinosamente un po’ da ogni tentativo di definizione plausibile. Quasi una paleo-scrittura essenziale, un tratto recondito quasi primitivo, pregno di libero arbitrio, in una freschezza innaturale di questo oggi che tutti viviamo. Una scrittrice di rete è vero, ma prima di tutto una giovane donna matura, madre e moglie prematuramente sola, che se, come gli uomini dopo uno sconvolgimento di vita si fanno la moto per un nuovo Easy Rider purificatore, la nostra invece ritorna al futuro e di punto in bianco presa la penna in mano, le salta in groppa riaccompagnandosi nel breve, ma lungo tratto di vita già percorso, e ad ogni dove ripone punti fermi e nuovi. Un dejavù dell’anima, un colpo di vento che si impadronisce nuovamente di quello sfuggito, per ripercorrere e questa volta non più sola ma bensì col suo bene primo, i suoi (e loro) frammenti, lasciati sospesi e specialmente futuri.

Una donna maiuscola, una femminilità pragmatica che in ogni parola esprime il suo diritto, il suo unico motivo evidente mai precludendosi e semmai, imponendosi. Perché lei sa cosa vuol dire vivere per sé, per due, per chissacché o per chissacchì e quindi mai doma, sempre rivolta al buono, al proteggere, al rispetto, alla giustizia universale lo dice tra le righe: “Spegnete per favore le luci qui in città. Fari minacciosi, vetrine illuminate, luce fredda dei lampioni, fate spazio al chiarore della luna, che i sogni, per poter spiccare il volo, hanno bisogno di magia”.

Ed in fondo, mi perdoni l’autrice se scopro l’arcano, queste pagine sono una piccola magia di due donne sulla terra e un palloncino tra le nuvole. Un triangolo riposto al cielo con l’ipotenusa sdraiata lassù come autostrada rivolta all’ingiù. Un libro che merita di essere letto anche solo per potersi ritrovare, magari sperduti, magari ingannati, magari perfino immobili, ma per una buona volta noi stessi, senza paure, riga per riga e forse mano nella mano. Perché qui vi sembrerà strano, ma si sogna ancora… e quindi buona, ma veramente buona lettura a tutti.


Psicologa e autrice, vive a Roma. Ha svolto attività di consulenza nell'ambito della Formazione Manageriale e della Gestione delle Risorse Umane. È autrice di numerose pubblicazioni ed ha curato volumi sulla Qualità della Formazione. Recentemente ha orientato i propri interessi verso la psicologia del profondo ad orientamento junghiano. È autrice di “Lettere dalle Nuvole” L’Inedito Edizioni (2018) e di “I tempi dell’anima” Pensa Editore (2019) che raccolgono testi di prosa poetica tratti dalla pagina Facebook di cui la stessa è amministratrice.


Biografia:

I tempi dell'anima

In una serie di frammenti in forma aforistica, ognuno indipendente dall’altro e tuttavia, inevitabilmente legati dalla ferma voce portante dell’anima, l’Autrice ripercorre il cammino della propria giovane vita, con “lo sguardo discreto, apparentemente malinconico, di chi esprime una spiritualità riservata”. Queste parole il tono e il canto costanti del libro: lo sguardo discreto; l’apparente malinconia, la spiritualità riservata, ci restituiscono l’insieme coerente di ciò, qualunque cosa sia, cui Eraclito rimanda in un breve frammento: “noi chiamiamo carattere il demone intimo di ciascuno”. Il nocciolo profondo e duro, il demone che traspare dalle pagine di Stefania Aurigemma, imbocca tre diverse e convergenti direzioni: la confessione, la passione, la sottigliezza sublime e ironica del legame con l’Altro. Sempre espressi con sovrana maestria, in un linguaggio “scintillante di spirito”, avrebbe detto Hegel, e, in un certo senso, sempre celati e riservati nel mistero dell’anima, che nemmeno essa conosce. Al centro c’è, naturalmente, l’amore. Il mistero dell’innamoramento è mostrato in tutta la sua drammatica ambiguità. Esso vive e brucia dentro di noi, ma non profferisce parola, tace, vive di se stesso, forse teme di trasformarsi nel cristallo dell’amore, e resta fumo, sogno, dialogo costante con chi ci ha catturati. Non è questa ambiguità la passione, destinata a consumare se stessa? O il nostro Io, che i Greci chiamavamo Bios, la vita umana in opposizione a Zoé, l’esistenza animale? E l’Altro, ogni Altro, non è forse compagno e minaccia dei “confini dell’anima”? Attraverso queste non facili strade procede il cammino delle bellissime pagine del libro, che in alcuni luoghi trovano il tono armonico dell’armonia. “Sono come pietre miliari poste lungo la strada Affetti, luoghi, libri, cuori.” Sono i segnavia dell’esistenza. Ognuno di essi ci prende e ci commuove ed ognuno merita una ricerca, un senso, un pensiero puro: è ciò che il lettore, giunto alla pagina finale, trova nelle parole scritte e nella strana consonanza con proprie emozioni, proprie esperienze, proprie immagini e concrete vicende di vita. Questo è il fascino profondo dell’opera, nell’essere massima espressione dell’intimo dell’autore e nel creare, ciò nonostante, la possibilità per il lettore di riportare in vita un passato, che sembrava sepolto e che, invece, sta lì fermo, e aspetta solo l’eco che lo richiami a se stesso. Con queste poche note, non crediamo di aver dato piena giustizia al libro di Stefania Aurigemma, che va letto con lo sguardo perennemente sorpreso di chi è preso nelle spire di un labirinto. A proposito del quale, riprendo una intuizione di Michael Ende. Egli immagina un edificio dalle infinite stanze e dagli infiniti echi, ripetuti tante volte da diventare presenze costanti e autonome, prive di autore e sempre avvertibili. L’Io è l’inquilino di quel palazzo; ascolta una voce: potrebbe essere la sua, rimandata dal labirintico intreccio di spazi e giunta fino a lui, che non sa più ormai riconoscerla; potrebbe essere quella di un altro, di cui ignora l’esistenza o l’identità. Il dubbio non può essere sciolto. Ma, esattamente in tale incertezza, risiede il significato di ciò che chiamiamo identità. Qui, ovviamente, l’importanza non è attribuibile all’esito, alla definizione finale di un “senso” del proprio raccontarsi, ma al movimento stesso dello scrivere o del narrare, che si riflette nel solo senso umanamente riscontrabile, nell’oltrepassamento e nell’infigurabile. 

Dall’Introduzione di Giuliano Minichiello

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